Basta con le estetiche della miseria!

La prima estetica della miseria è l’estetica del malessere : da Webern a Boulez, da Nono a Stockhausen, da Ferneyhough a Murail, da Darmstadt all’IRCAM, con tutti gli attuali epigoni. Tante diverse facce e tante diverse tecniche (dodecafonia, serialismo, alea, rumorismo, musica stocastica, nuova complessità, musica spettrale…) per un solo meta-concetto, dovuto al grande corruttore Theodor Wiesegrund Adorno, a parole talvolta rigettato, ma coi fatti sempre messo in atto fino ai nostri giorni: la musica deve essere difficile, dissonante, complessa e frammentata, di denuncia e pessimistica; chi non compone così, o chi non capisce che deve essere così, è un mentecatto e un incompetente. È importante osservare che qui i punti critici sono due: l’assunzione di questa estetica ormai insostenibile, e la presunzione che sia l’unica (ancora!) culturalmente valida. Per il primo punto, si può ormai senza timore affermare che il mondo non ha più bisogno di questa pseudo-musica, che ha ormai esaurito la sua carica polemica e il suo potere di denuncia o di analisi socio-culturale. Per il secondo punto, il mondo non ha più bisogno, e non ha mai avuto bisogno, dei vati dell’estetica del malessere, compositori che, tramite la creazione di una cupola di potere nella cultura musicale, hanno ghettizzato ogni musica che non seguisse i loro diktat, arrogandosi in maniera autoreferenziale l’esclusiva della “correttezza culturale e storica” della loro, e bollando ogni altro esperimento come “inattuale”, o “non al passo con i tempi”, o “culturalmente incostistente”, o “non avanzato tecnicamente”. Ricordiamo che tuttora ed ancora questi compositori ed i loro epigoni detengono il potere nella maggio parte delle stagione concertistiche di musica cosiddetta “contemporanea” e nei conservatori: questo però è un chiaro segno che ormai non c’è più nulla di nuovo in tutto ciò: quando una corrente giunge finalmente al potere e scalza la vecchia, vuol dire che la carica di novità si è esaurita. Si può quindi affermare con certezza che tutto ciò è la VECCHIA SCUOLA. Lasciamo pure all’estetica del malessere ed alla vecchia scuola il diritto di esistere, ricordando che ormai è (appunto) vecchia ed inattuale. Bisogna però assolutamente toglierle la presunzione (peraltro autoindotta) di essere l’unica realtà culturalmente e storicamente valida ed accettabile dal mondo intellettuale. In tre parole: “ADORNO È MORTO”.

La seconda estetica della miseria è l’estetica dell’ingenuità : da Glass a Einaudi, da Nyman a Allevi. Anche qui diverse facce e (meno numerose e meno interessanti) diverse tecniche (minimalismo, neo-tonalità, neo-romanticismo, nuova semplicità), per un solo meta-concetto, dovuto non ad un qualche intellettuale, ma al mero mercato delle grandi masse: la musica deve essere facile, consonante, semplice e ben strutturata, di evasione o di autocompiacimento, ottimistica. Ovviamente, per questa musica non esiste né una nuova né una vecchia scuola, dal momento che qualsiasi dilettante con un minimo di orecchio musicale può da sempre scrivere musica del genere; si può quindi parlare di NON SCUOLA. Qui almeno non c’è l’insopportabile presunzione -da parte dei suoi fautori- che questa sia l’estetica “migliore” e “culturalmente più valida”, dal momento che essi di solito si accontentano dei lauti introiti (negati ai compositori dell’estetica del malessere…), sorvolando sulla gloria intellettuale (che gli altri invece vogliono accaparrarsi, probabilmente come ricompensa per il mancato successo monetario). Abbiamo purtroppo in Italia l’unico esempio al mondo di compositore ingenuo che pretende di passarsi per il nuovo Mozart, mentre non è che un piccolo Clayderman, riedito “con parrucca” ed in salsa italiana. In tre parole: “ALLEVI NON ESISTE”.

L’estetica del malessere e l’estetica dell’ingenuità hanno impreversato per tutto il XX secolo! È ora di dire basta! Si tratta di due estremi opposti, e ciascuno dei due non sta in piedi da solo. Essi riflettono in pieno la scissione e la crisi del mondo culturale occidentale del XX secolo: da una parte gli intellettuali che parlano solo a sè stessi e non sono ascoltati da nessuno, perché veramente non hanno più nulla di interessante o di rilevante da dire; dall’altra la massa ed il mercato, che manipola e accontenta la prima con “panem et circenses; da una parte la denuncia e l’ipercritica, che sfociano in un cieco pessimismo; dall’altra l’autocompiacimento e l’evasione, che sfociano in un vuoto ottimismo. Entrambi questi estremi sono le due facce della stessa medaglia, il nichilismo: cieco pessimismo e vuoto ottimismo, denuncia assoluta ed evasione totale. Il primo distrugge l’uomo scomponendolo e frammentandolo all’estremo, in cerca di una sostanza che sfugge, il secondo distrugge l’uomo svuotandolo e rendendolo un mero involucro, togliendo una sostanza che non c’è.

Siamo giunti in una situazione dialettica di tipo hegeliano: una tesi ed un’antitesi che ormai non hanno più forza ciascuna in sè, ma necessitano di una nuova sintesi. Questa sintesi è l’estetica della gloria. Filosoficamente il punto cruciale consiste nel porre di nuovo l’uomo al centro dell’indagare artistico. Non l’uomo frammentato e senza centro dell’estetica del malessere, non l’uomo vuoto e mero oggetto di mercato dell’estetica dell’ingenuità. L’uomo non può essere messo in discussione come fine ultimo dell’agire umano e quindi anche artistico, ma possono essere messi in discussione il suo operato e i suoi valori. Quindi la dialettica tra ottimismo acritico e pessimismo ipercritico si risolve in questa maniera: da un lato l’ottimismo acritico è peggio del pessimismo ipercritico, perché è l’emblema dell’uomo che non pensa; dall’altro il pessimismo ipercritico è peggio dell’ottimismo acritico, perché è l’emblema dell’uomo che non spera. Ottimismo e pessimismo devono convivere dialetticamente nella vita dell’uomo e quindi nelle sue opere d’arte. Si può pertanto parlare di “pessimismo costruttivo” oppure di “ottimismo critico”. Il senso è che ogni denuncia e ogni critica devono essere volte ad uno scopo superiore e costruttivo, altrimenti non hanno valore per l’uomo, e vengono da esso rigettate; e che ogni speranza ed ottimismo non possono essere vani ed astratti ma devono essere fondati su solide basi, ovvero sul riconoscimento e sulla correzione dei propri errori.

Questo manifesto sostiene l’attuale necessità storica di lasciarsi alle spalle le due ormai inattuali estetiche della miseria (estetica del malessere ed estetica dell’ingenuità) operando artisticamente nell’ambito dell’estetica della gloria, qui definita come quell’estetica che, sintetizzando e superando le estetiche della miseria, si pone in un’ottica di “pessimismo costruttivo” ovvero “ottimismo critico” ed intende creare opere d’arte che simboleggino la possibilità dell’uomo di superare sé stesso criticamente, realizzando cose positive. Relativamente alla musica, si fonda qui la NUOVA SCUOLA, che si impegnerà a creare opere d’arte secondo i principi dell’estetica della gloria, ed a trovare tecniche compositive adatte allo scopo.

A questo proposito, la tecnica della pan-modalità si può porre come primo (ed auspicabilmente non unico) esempio di tecnica utilizzabile per un’estetica della gloria dalla nuova scuola, in quanto, come l’estetica della gloria sintetizza e supera le due estetiche della miseria, così essa sintetizza e supera le due tecniche principali delle estetiche della miseria: tonalità tradizionale ed atonalità generalizzata. Analogamente, il progetto ARS MODI si può porre come primo (ed auspicabilmente non unico) esempio di progetto compositivo dell’estetica della gloria.