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La musica colta nel XX secolo è stata monopolizzata da due meta-tecniche predominanti, contrapposte diametralmente l’una all’altra, e collegate una all’estetica del malessere, l’altra all’estetica della banalità.

La prima meta-tecnica, collegata all’estetica del malessere, è la “atonalità estrema”. Atonalità, in quanto fondata sull’opposizione alla tonalità particolare/storica (quella classica basata sulle scale tradizionali) e alla tonalità generale/a-storica (ovvero il mero fatto di creare gerarchie tra gli elementi del materiale sonoro). Estrema, in quanto porta alle estreme conseguenze questo rigetto: attraverso le diverse tecniche specifiche avvicendatesi nel corso del XX secolo (dodecafonia, serialismo, alea, rumorismo, spettralismo…) non solo rifiuta le scale tradizionali e la gerarchia tonale, ma, poco a poco, decostruisce anche tutti gli altri elementi musicali: ritmo, armonia, melodia, timbro vengono poco a poco smembrati e stravolti, portando a quello che viene genericamente definito “decostruzionismo”. In pratica, procedendo “per negazione”, si è decostruita la musica quale era stata intesa fino ad allora.

La seconda meta-tecnica, collegata all’estetica della banalità, è la “tonalità tradizionale”. Riutilizzata in diverse versioni da diverse correnti compositive (neo-romanticismo, neo-tonalità, nuova semplicità, minimalismo…), non ha in realtà apportato nulla di veramente nuovo nel panorama musicale.

Come l’estetica della catarsi si pone a metà strada tra l’estetica del malessere e quella della banalità, sintetizzandole e superandole, così la pan-modalità intende situarsi a metà strada tra le due meta-tecniche, sintetizzandole e superandole: può essere definita al contempo come “atonalità non tradizionale” e come “tonalità non tradizionale”. Come la atonalità, rifiuta la tonalità particolare/storica ed accetta la necessità di svincolarsi da un sistema compositivo ormai esausto; come la tonalità, accetta invece la tonalità generale/a-storica e la necessità di svincolarsi da un sistema inascoltabile ed esausto anch’esso. Come si risolve questo dilemma? Sciogliendo appunto il legame, posto da Schönberg e poi mai più messo in discussione, tra tonalità particolare/storica e tonalità generale/a-storica. Ovvero, vedendo come esiste la possibilità di ricreare una gerarchia ed un ordine tra gli elementi sonori, pur senza utilizzare le scale tradizionali (e quindi, la tonalità tradizionale). Questa possibilità è data dai MODI: preservano la gerarchia interna, ma si distinguono dalle scale tradizionali. Alcuni compositori del XX secolo hanno intrapreso la via della modalità (tra cui Bartok, Messiaen, Ligeti…), ma senza la sistematicità e la convinzione sufficienti a scalzare il predominio dell’atonalità. Non si afferma qui che la modalità sia un’idea compositiva nuova; si afferma che è nuova l’idea che si possa scrivere tonalmente/gerarchicamente in tutti i modi generati dalle scale di un qualsiasi temperamento equabile.

Nel temperamento equabile duodecimale esistono 2048 modi, generati da 352 scale. Ogni scala (a parte quelle a trasposizioni limitate) genera tanti modi quante sono le note da cui è composta: ogni nota può quindi essere una tonica, una finalis. La lista completa corretta delle 352 scale è stata fornita curiosamente nello stesso anno (1954), da Edmund Costère (Lois et styles des harmonies musicales – Presses Universitaires de France, Paris) e da George Perle (The possible chords in twelve tones music – The Score n. 9). La ricerca seguita a questa fondamentale scoperta è stata tutta indirizzata verso l’atonalità, a testimonianza di quanto il clima dell’epoca quasi impedisse di vedere sviluppi in altre direzioni.