Basta con il nichilismo delle estetiche della miseria!

La musica colta nel XX secolo è stata monopolizzata da due estetiche predominanti, contrapposte diametralmente l’una all’altra, ma entrambe accomunabili in quanto nichiliste ed appartenenti ad un’unica generica “estetica della miseria”.

La prima estetica della miseria è l’estetica del malessere. Da Darmstadt all’IRCAM, da Adorno a Boulez, con tutti gli attuali epigoni. Tante diverse facce e tante diverse tecniche (dodecafonia, serialismo, alea, rumorismo, musica stocastica, nuova complessità, musica spettrale, sperimentalismi, “massimalismi”…) per un solo meta-concetto estetico comune: quello che la musica “non deve funzionare o suonare bene”. Si legga la presentazione on-line della Biennale di Venezia 2012, nelle parole del suo direttore artistico: “Ciò che colpisce particolarmente nel panorama musicale dei nostri giorni sono gli orientamenti estremi: minimalismi e massimalismi che vogliono abitare le regioni di frontiera del linguaggio musicale, approcci apparentemente antitetici che in comune hanno la radicalità dell’intento estetico-poetico, abbandonando di fatto l’atteggiamento politically correct del pezzo che funziona o suona bene”. È chiaro che il dogma estetico fondamentale viene qui esplicitato nettamente: la musica non deve “funzionare o suonare bene”. L’origine di questa concezione estetica ha le sue radici filosofiche e sociologiche nelle teorie di Adorno, secondo cui la musica deve svolgere una funzione di critica nei confronti della società, e questa critica, per essere efficace e valida, deve essere indiretta ed asemantica (cioè slegata da ogni sorta di “predicozzo attivista”) e non costruttiva (poiché ormai la società è senza speranza di redenzione): in sintesi, in una società senza speranza, all’arte resta solo la critica distruttiva; la musica pertanto deve rifuggire da ogni accenno di piacevolezza, consonanza, semplicità o costruttività. Infatti, la maggior parte dei compositori contemporanei “allineati” si riconosce nell’estetica che essi stessi definiscono “decostruzionismo”. Tutto ciò ha prodotto, in teoria ed in pratica, una sempre crescente alienazione dell’arte dalla società, ovvero un allontanamento della musica contemporanea non solo dal pubblico ma anche dagli stessi esecutori; questa alienazione è stata sostenuta ed attuata da un establishment culturale monopolistico di compositori “allineati”, che ancora oggi vivono sulla presunzione (peraltro autoindotta) che questa visione dell’arte e della musica sia l’unica culturalmente valida: da decenni questi compositori “allineati” ghettizzano ogni musica che non segue i loro diktat, arrogandosi in maniera autoreferenziale l’esclusiva della “correttezza culturale e storica” della loro, e bollando ogni altro esperimento come “inattuale”, “non al passo con i tempi”, “culturalmente incostistente”, “non avanzato tecnicamente”; da decenni questi compositori detengono il potere nella maggior parte dei conservatori e delle stagioni concertistiche di musica cosiddetta “contemporanea”. Si può quindi ormai definire tutto ciò come VECCHIA SCUOLA dell’estetica del malessere. Essa è un’estetica della misera, in quanto basata sulla miseria di una concezione che nella società vede possibile solo la critica e nega la speranza nel miglioramento.

In primo luogo quindi, il manifesto dell’estetica della catarsi sostiene che:

  • la vecchia scuola dell’estetica del malessere (ovvero la musica contemporanea “ufficiale”, “allineata”, “accademica”, che asserisce che la musica non può “funzionare o suonare bene” ma deve assolvere meramente ad una funzione di sterile critica non costruttiva) è culturalmente inattuale, socialmente inappropriata ed artisticamente inconsistente;

  • la sua presunzione (autoindotta) di essere l’unica realtà musicale artisticamente, culturalmente e storicamente valida e rilevante è del tutto infondata e inaccettabile;

  • non è più tollerabile che sulla base di questa presunzione infondata gli esponenti della vecchia scuola dell’estetica del malessere boicottino le altre realtà musicali.

La seconda estetica della miseria è l’estetica dell’ingenuità. Anche qui diverse facce e diverse tecniche (meno numerose e meno interessanti: neo-tonalità, neo-romanticismo, nuova semplicità, “minimalismi”…), per un solo meta-concetto, dovuto non ad un qualche intellettuale, ma al mero mercato delle grandi masse: la musica deve essere facile, consonante, ottimistica, comprensibile da tutti e adatta al grande pubblico: si tratta quindi di un camuffamento “pseudo-colto” di musica in realtà commerciale. Qui almeno non c’è la presunzione da parte dei suoi fautori che questa sia la concezione estetica “migliore” e “culturalmente più valida”, dal momento che essi di solito si accontentano del successo commerciale e di pubblico, sorvolando sull’approvazione da parte dell’establishment culturale-intellettuale. A parte l’ormai non più nuova scuola minimalista, per questa musica è difficile individuare una qualche “scuola”, dal momento che ogni dilettante con un po’ d’orecchio musicale può da sempre scrivere musica del genere; si può quindi parlare di NON SCUOLA dell’estetica dell’ingenuità. Essa è un’estetica della miseria, in quanto basata sulla miseria di una concezione che pone l’arte e la musica in una posizione totalmente acritica, in cui l’unico scopo è creare prodotti piacevoli e che si autocompiacciono in uno vano ottimismo.

In secondo luogo quindi, il manifesto dell’estetica della catarsi sostiene che:

  • la non-scuola dell’estetica dell’ingenuità (ovvero sostanzialmente la musica pseudo-colta, in realtà commerciale, che crea musica acritica con funzione di mero autocompiacimento) è culturalmente inattuale, socialmente inappropriata ed artisticamente inconsistente.

L’estetica del malessere e l’estetica dell’ingenuità hanno imperversato per tutto il XX secolo, e non solo nella musica, ma un po’ in tutte le arti: è ora di dire basta! Si tratta di due estremi opposti che riflettono in pieno la scissione e la crisi del mondo culturale occidentale del XX secolo, e sono le due facce della stessa medaglia, il nichilismo:

  • da una parte gli intellettuali e gli artisti che parlano solo a sé stessi, non sono ascoltati da nessuno, si sono alienati dalla società e dal pubblico (e, in ambito musicale, anche dagli esecutori), operano ormai in una nicchia autoreferenziale e ritengono che l’unico giudizio veramente valido sia quello dato da loro stessi; dall’altra la massa ed il mercato, dove il secondo manipola e accontenta la prima con panem et circenses, e dove l’unico giudizio veramente valido è quello del pubblico, anzi del mercato;

  • da una parte la de-costruzione e l’ipercritica, che sfociano in cieco pessimismo e denuncia assoluta; dall’altra la non-costruzione e l’autocompiacimento, che sfociano in vuoto ottimismo ed evasione totale;

  • da una parte si distrugge l’uomo scomponendolo e frammentandolo all’estremo, in cerca di una sostanza che sfugge; dall’altra si distrugge l’uomo svuotandolo e rendendolo un mero involucro, togliendo una sostanza che non c’è.

Si è giunti in una situazione dialettica di tipo hegeliano: una tesi ed un’antitesi che ormai non hanno più forza ciascuna in sé, ma necessitano di una nuova sintesi. Questa sintesi è l’estetica della catarsi. Ottimismo e pessimismo, speranza e critica devono convivere dialetticamente nella vita dell’uomo e quindi nelle sue opere d’arte: si può pertanto parlare di “pessimismo costruttivo” oppure di “ottimismo critico”. La composizione stessa di un brano musicale, e più in generale di un’opera d’arte, rappresenta la possibilità per l’uomo di costruire qualcosa di positivo: in questo senso viene recuperato e riattualizzato il concetto adorniano di musica non-impegnata che ha in sé stessa un valore culturale e sociale, per la sua capacità in sé stessa di elaborare e organizzare un materiale sonoro, senza dover sbandierare esplicitamente dogmi o ideologie. Relativamente alla musica, si fonda pertanto qui la NUOVA SCUOLA dell’estetica della catarsi, che si impegnerà a creare opere d’arte secondo i principi dell’estetica della catarsi, ed a trovare tecniche compositive adatte allo scopo.

Il termine “estetica della catarsi” prima di tutto vuole ricondursi all’idea classica aristotelica della funzione catartica della musica, che assolve cioè il compito di liberazione/purificazione delle emozioni e dalle emozioni; questo concetto implica un percorso dialettico positivo di trasformazione e sviluppo, coerente con il concetto di “pessimismo costruttivo” oppure di “ottimismo critico”, e inoltre permette di sdoganare la musica da un altro dei dogmi dell’estetica del malessere, ovvero che la musica non debba avere a che fare con le emozioni; inoltre sottolinea questa idea di liberazione/purificazione dalle due sopracitate estetiche nichiliste; non vuole invece affatto suggerire che il risultato estetico percettivo della musica debba sempre ridursi a una “sensazione catartica” di qualche genere specifico.

In terzo luogo quindi, il manifesto dell’estetica della catarsi propone di operare artisticamente nell’ambito dell’estetica della catarsi, qui definita come quell’estetica che:

  • ponendosi in un’ottica di “pessimismo costruttivo” ovvero “ottimismo critico”, sintetizza e supera le due inattuali estetiche nichiliste della miseria, purificandoci e liberandoci da esse;

  • recupera in ambito musicale il concetto aristotelico di musica come catarsi (purificazione/liberazione) delle/dalle emozioni;

  • individua il valore dell’arte nella capacità ad essa intrinseca di costruire cose positive, e di rappresentare in generale la possibilità per l’uomo di costruire cose positive.