La mia estetica è basata innanzitutto e soprattutto sul rifiuto di quella che si può definire “estetica del malessere” (che approssimativamente include dodecafonia, serialismo, spettralismo, nuova complessità ed ha imperversato per ormai quasi un secolo), e della sua più debole antagonista, che si può definire “estetica dell’ingenuità” (che approssimativamente include neoromanticismo, minimalismo e correnti simili).
L’estetica del malessere è basata sulla paura e sul senso di colpa. Ha generato brani freddi, pessimisti, negativi, senza speranza, senza luce e senza vita. Fra di loro ci sono grandi capolavori, che esprimono in maniera magistrale queste idee e sensazioni. L’estetica del malessere aveva la sua ragion d’essere quando l’occidente doveva riconoscere le sue colpe e confrontarsi con le sue paure, non avendolo veramente mai fatto prima; dovrà sempre continuare a farlo, ma limitarsi a ciò è controproducente ed autodistruttivo. L’estetica dell’ingenuità al contrario è basata sull’immediatezza, sull’ottimismo e sulla negazione dei problemi. Ha generato brani semplici, luminosi, ed anche fra essi ci sono grandi capolavori. Ma troppo spesso la semplicità sconfina nella superficialità e l’ottimismo -appunto- nell’ingenuità. Il primo dilemma che sorge da queste osservazioni riguarda quindi la dicotomia bene-male, ottimismo-pessimismo. Lo si risolve osservando che non si può isolare l’uno dall’altro, ovvero non si può raggiungere il bene senza denunciare e cancellare il male, non ha senso denunciare e cancellare il male se non si punta ad un bene superiore. Parafrasando Kant: “il bene senza il male è vuoto, il male senza il bene è cieco”, Mi sembra però importante osservare come sia preferibile essere un po’ “squilibrati” dalla parte dell’ottimismo: è più importante darsi da fare per costruire il bene che dannarsi per denunciare il male. La mia estetica si potrebbe pertanto definire “eroica” per quanto riguarda questo primo punto (o “donchisciottesca” per i più scettici…).
Un’altra questione sorge da quel corollario dell’estetica del malessere che consiste nella cancellazione dell’estetica stessa. Molti compositori si sono trovati a scrivere musica “da vedere” e non “da ascoltare”, dove (essi affermano) conta più la struttura musicale del fatto che questa struttura sia percepita all’ascolto. Da un estetica che nega l’importanza della percezione (ovvero dell’estetica stessa) all’assenza di estetica il passo è breve. Ma un’estetica (che significa “percezione”) che vuole astrarre dal fattore percettivo (estetico) contraddisce sé stessa. L’estetica dell’ingenuità propone invece una iper-semplificazione del fatto strutturale e percettivo, che porta troppo spesso alla noia ed alla ripetitività. Il secondo dilemma è quindi quello fra strutturalismo e percettivismo. Anche in questo caso le due cose non si possono escludere reciprocamente, e risolviamo il dilemma ancora parafrasando Kant, questa volta in maniera quasi corrispondente all’originale: “I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche”. La mia estetica si potrebbe pertanto definire “kantiana” per quanto riguarda questo secondo punto.
Un terzo dilemma è quello che contrappone tradizione ed innovazione. L’estetica del malessere è nata innanzi tutto come estetica rivoluzionaria rispetto alla musica tonale tradizionale, l’estetica dell’ingenuità si caratterizza invece con improbabili e nostalgici ritorni alla tonalità (neoromanticismo) o noiosissimi brani basati una struttura semplice e ripetitiva (minimalismo). Ormai non c’è nulla di nuovo, abbiamo sentito tutto centinaia di volte, quindi non si può più spacciare per nuovo ciò che non lo è. Alla musica non resta che evolversi senza salti attraversando strade non ancora percorse che si nascondono vicino a quelle già esplorate, e scoprendo le piccole novità rimaste negli spiragli della mastodontica tradizione. Ancora con Kant: “la tradizione senza innovazione è cieca, l’innovazione senza tradizione è vuota”. La mia estetica si potrebbe pertanto definire “evoluzionista” per quanto riguarda questo terzo punto (la definizione è di Martin Münch, www.martin-muench.de).
In conclusione, l’estetica del malessere e l’estetica dell’ingenuità si aggrappano ciascuna univocamente ad una sola delle due alternative del dilemma, ma in realtà la soluzione non consiste nello sceglierne una sola, bensì nel cercare una sintesi costruttiva fra entrambe, in un equilibrio dalla cui riuscita dipende la validità della creazione artistica. Una definizione generale della mia estetica potrebbe quindi essere “estetica sintetica”.
La mia tecnica si trova anch’essa a metà strada fra la tecnica preferita dall’estetica del malessere (serialismo e dodecafonia) e quella preferita dall’estetica dell’ingenuità (la tonalità tradizionale): è una strada che molti compositori hanno iniziato a percorrere all’inizio del XX secolo, ma la cui esplorazione è stata bruscamente interrotta dalla tirannia della dodecafonia e della serialità. Si tratta della modalità, non quella medioevale ma quella appunto di inizio secolo: essa prende da tonalità e serialità gli aspetti positivi (l’organizzazione gerarchica dalla prima, il rifiuto di scale e modi tradizionali la seconda), potendo fare a meno di quelli negativi (il sistema armonico ormai saturo e sterile della prima, l’assenza di un’organizzazione gerarchica percettibile della seconda). Esistono a disposizione del compositore 352 scale da cui derivano 2048 modi, e questo soltanto nel sistema temperato duodecimale; la tonalità ne ha usati due principali e non più di una dozzina di derivati, dodecafonia e serialità si sono limitati ad uno (il totale cromatico). Più di 2000 modi intermedi stanno lì in attesa di essere utilizzati, suonati ed ascoltati, e costituiscono il percorso su cui aveva iniziato ad evolversi “naturalmente” la musica ma su cui è esplosa la mina della dodecafonia, che a portato al “salto evoluzionistico”, innaturale soprattutto per l’ascoltatore, anche se affascinante ed allettante per il compositore.