10 Settembre 2021

Disponibile il nuovo CD HyperKronos

E’ disponibile l’ultimo album di Edoardo Bruni.

HyperSpectives è un album doppio, edito dalla casa discografica Tactus, che comprende tutta la musica da camera composta da Edoardo Bruni tra il 1998 ed il 2008.
Le registrazioni sono state realizzate tra il 2004 ed il 2020. 

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Il compositore Carlo Galante descrive così il doppio album HyperKronos:

La pubblicazione del presente doppio CD dedicato all’opera del compositore Edoardo Bruni è al contempo stimolante e inconsueta.

Inconsueta perché è raro avere la possibilità di seguire passo-passo i progressi e le metamorfosi dello stile di un compositore fin dai suoi primi (felici) esordi ancora sui banchi del Conservatorio fino alla relativa maturità dei suoi trent’anni.

Stimolante perché ci offre la possibilità di riflettere su una figura di compositore singolare e tutt’altro che allineata, che con determinazione e coraggio ha cercato di definire la musica contemporanea secondo canoni e criteri diversi da quelli che una ormai trita vulgata ci ha abituato.

Non voglio dilungarmi sull’estetica del compositore che lui stesso ci spiega con consapevolezza e precisione, ma piuttosto soffermarmi su alcune questioni che mi sembrano utili a inquadrare il lavoro di Bruni e al contempo essere momenti di svelamento del linguaggio musicale colto contemporaneo, per definire una sua innegabile crisi ma altresì per poter intravedere felici potenzialità. La critica profonda e radicale che Bruni qui mette in scena con la sua musica s’impegna nella confutazione del lemma che è ed è stato propellente ideologico della musica classica contemporanea negli ultimi settanta anni, cioè l’aggettivo «NUOVO». Questo termine definisce nel bene e nel male lo spirito della nostra epoca, totalmente rivolto alla consumazione del presente, un sottilissimo lembo di tempo schiacciato tra passato e futuro. Il presente è percepito come infinitamente superiore sia da un punto di vista etico che estetico agli altri due tempi, invero assai più complessi: il primo – il passato – nei fatti, il secondo – il futuro –in potenza. È un tempo senza profondità in cui ogni idea, ogni intuizione deve essere un fuoco fatuo, bruciare con intensità per un attimo e scomparire. È un tempo soffocato da un’ansia cronologica: pochi attimi e ciò che è nuovo irrimediabilmente perde questa sua, spesso, unica qualità. È un tempo che sente come nemico mortale il passato, il quale deve essere abolito o dissacrato. È il tempo della nevrosi perché negare il passato significa negare il ricordo di se stessi e cancellare o dissimulare la propria vita interiore.

Edoardo Bruni sostituisce la potente retorica del «nuovo» con due categorie altrettanto potenti ma inattuali: la «BELLEZZA» e il «BEN FATTO». La bellezza è difficile da definire (soprattutto in poche parole) ma ascoltando la sua musica credo che il compositore voglia riferirsi a una sorta di “transitività sensuosa”. Il «ben fatto» è una categoria che sottende una consapevole artigianalità, una volontà ad addestrarsi alla tecnica musicale con severa determinazione; è la volontà di padroneggiare esaustivamente la complessità di scrittura della grande tradizione musicale. Intravvedo in questo agire una forte componente etica: solo il perseverante studio e l’acquisizione di sempre più squisite competenze tecniche possono concedere veramente ad un individuo la qualifica di Artista. Lo studio dei classici, dunque per Edoardo Bruni, è cosa ben diversa di una scolastica e superficiale esercitazione, ma è, piuttosto, l’adesione profonda a dei modelli, l’immedesimazione nelle sontuose forme del passato, in cui è necessario esercitarsi con la massima energia e immaginazione.

Fra i tanti, un esempio particolarmente riuscito mi sembra la Sonata per Flauto e Pianoforte. L’atmosfera simbolista, da Parigi fine ottocento, è ricreata con sagace bravura, al limite del virtuosismo. Il secondo movimento, non privo d’ironia, ci offre un gustoso bozzetto esotico anch’esso in perfetto gusto simbolista. Il compositore è convinto che una strenua e perfezionatissima esercitazione sulle forme del passato possa donare a quelle una sorta di resurrezione, tale da poterle percepire nuovamente come attuali. Difficile dargli torto ascoltando una pagina così intensa e sensibile come l’Elegia per Clarinetto, Violoncello e Pianoforte. La composizione breve sembra ancora più adatta a questa operazione concettuale perché allontana da sé il pericolo della ricompilazione abile ma fredda. L’istinto e il sentimento ridisegnano radicalmente la forma e il rapporto con l’originale diventa felicemente allusivo.

Nel procedere della sua attività compositiva, Edoardo Bruni si appropria con medesima determinazione di stili musicali a noi più prossimi, cogliendoli nella ricca eterogeneità del Novecento; li cerca e li trova negli ambiti in cui le sue categorie estetiche (Bellezza e Ben Fatto) sono vive e riconoscibili. Non c’è nessuna concessione a modelli compositivi astratti e autoreferenziali ma anzi, il compositore, orienta la propria creatività verso una dichiarata volontà narrativa. Due esiti rimarchevoli sono il monumentale quintetto per Archi e Pianoforte Tobruk ’42, la cui trama narrativa appare direttamente in partitura, e il pregevolissimo Algol per violino, violoncello e pianoforte in cui un racconto mitico-astronomico irradia e orienta la forma musicale. Il segmento del Trio che titola Caput Medusae è particolare nella sua suggestiva sospensione magica ma non priva d’inquietudine. La scrittura è sempre strumentalmente ricca ma scrupolosamente attenta a non indulgere a inutili complicazioni o peggio alla ridondanza, peccato capitale in qualsiasi forma artistica.

Edoardo Bruni, per dar termine a queste mie veloci riflessioni, crede profondamente nella musica e ritiene che la piacevolezza e l’intensità dell’ascolto siano sue dimensioni prime e fondanti, senza le quali tutto diventa insignificante. È una fortuna per noi ascoltatori, perché abbiamo l’occasione di sentire una musica che sempre, pur nelle sue diverse declinazioni e intendimenti, rimane fedele alla ragione prima della sua invenzione: la felicità dell’ascolto.

Carlo Galante